A partire dalla area ex Westinghouse, una critica all’idea di sviluppo della Città di Torino

Salviamoilpaesaggio.it

In questi giorni sui media torinesi si è sviluppata una querelle intorno alla destinazione di una area centrale della città tra le vecchie Carceri Nuove e il tribunale ove un tempo era situata la fabbrica Westinghouse e dove ora sorgono un giardino e una vecchia caserma dismessa.

Inizialmente il Comune avrebbe dovuto costruirvi la nuova biblioteca Civica ma il progetto è stato considerato troppo oneroso per cui la città ha deciso di vendere l’area. Il progetto che si è aggiudicato l’asta prevede, come richiesta dal Comune, la costruzione di un nuovo Centro Congressi ma ha come contropartita, da parte del finanziatore, la costruzione lì accanto di un grande centro commerciale situato dunque in pieno centro città.

L’Assessore all’Urbanistica, Lo Russo, ha spiegato in una illuminante intervista a La Repubblica la “filosofia” che sta dietro la scelta. Qualunque innovazione o riqualificazione urbana di Torino dovrà sempre più essere coperta da denaro di privati e dunque, non potendo più espandersi il mercato immobiliare (a fronte di migliaia di alloggi anche nuovi, invenduti) che forniva denaro alle esangui casse comunali sotto forma di oneri urbanistici, occorre ora puntare sul grande commercio. In altre parole barattare le riqualificazioni con vendite (o svendite) di porzioni di sottosuolo (come per i parcheggi) o di suolo, a costo di stravolgere lo stesso piano regolatore che ha già visto in pochi anni oltre 200 varianti.

D’altronde nel recente passato un gioiello architettonico come il palazzo Nervi dell’ex Italia ’61 era stato destinato a divenire un ennesimo mega centro commerciale e il progetto si è arenato solo per una decisione della giustizia amministrativa.

La posizione dell’Assessore Lo Russo è stata discussa e sono venute critiche anche da settori della maggioranza e da Confesercenti preoccupati del futuro del piccolo commercio di prossimità.

Certamente la vicenda segnala la strada ormai imboccata dal Comune fortemente indebitato: ogni fine anno, per arrivare a pareggiare il bilancio comunale o per poter fare qualche scelta, viene venduto un pezzo di città ai privati.

La vicenda dell’area ex Westinghouse ci pare segnali però anche altri problemi che investono il futuro della città di Torino e il suo modello di sviluppo.

Una prima questione riguarda la necessità o meno di costruire un nuovo centro congressi mastodontico (almeno 5.000 posti) in una città che possiede già il Lingotto e che a breve potrà utilizzare i primi piani del grattacielo Intesa San Paolo, che sono appunto stati pensati come centro congressi, e che sono situati a 100 metri dall’area in questione.

Si aggiunga che nel recente passato la città ha già speso circa 20 milioni di euro solo di progetto in riferimento all’ipotesi della Biblioteca Civica sulla stessa area!

Il problema maggiore però riguarda, a nostro giudizio, la scelta di concedere l’area dando in contropartita ai privati la possibilità di costruire un grande centro commerciale, in città , ed anzi – a dire dell’Assessore Lo Russo – di ribadire che altri (una decina) dovranno sorgere analogamente dentro Torino, ovviamente in deroga al Piano Regolatore.

Allora, l’espediente di oggi segnala una vera strategia della Amministrazione che, dopo l’abbuffata olimpica, punta ancora da un lato sui grandi eventi, per sfruttare appunto il centro congressi, e contemporaneamente sullo sviluppo della grande distribuzione.

Noi siamo totalmente contrari a questa impostazione.

Torino già oggi è attorniata da decine di mega centri commerciali, spesso con sede su comuni limitrofi, per la gran parte di proprietà di catene distributive multinazionali.

Dove si sono insediati hanno regolarmente ucciso il preesistente commercio di prossimità e la stessa cosa succederà inevitabilmente a Torino a partire dai molti e vivaci mercati rionali.

Già oggi sembrano scarseggiare gli acquirenti a causa della grave crisi economica e non si comprende come una maggiore offerta possa di per sé creare una domanda già pesantemente drogata dalla pubblicità e dal credito facile al consumo non sufficienti per smaltire gli eccessi della sovrapproduzione di merci.

Spesso ci viene raccontato che la nascita di un nuovo centro commerciale produce sicuramente un incremento occupazionale; Ciò è falso poiché non si considera che per ogni nuovo occupato (in mansioni spesso dequalificate e part time) si perdono molti più posti di lavoro nel piccolo commercio e tante piccole aziende commerciali falliscono. Nella grande distribuzione inoltre l’automazione avanza riducendo quindi costantemente il numero di occupati.

Si consideri poi che il commercio di prossimità, che fa ricadere i vantaggi economici perlopiù  sulla città a differenza della multinazionale che drena i profitti verso paesi lontani, è anche un concreto presidio contro il degrado e la piccola criminalità. Esattamente come in montagna la manutenzione capillare del territorio previene le frane molto meglio delle opere ciclopiche in cemento.

Il piccolo commercio e l’ambulantato dei mercati creano o favoriscono reti territoriali di socialità, soprattutto per le persone anziane, mentre il grande magazzino è totalmente impersonale e freddo. Per non dire del fatto che induce inesorabilmente a comperare oggetti o prodotti destinati il giorno dopo a divenire rifiuto. Offerte 3 x 2 e le strutture stesse dei locali di vendita fanno lievitare il volume dei cestelli della spesa e diminuire il portafoglio senza produrre quel benessere che le pubblicità onnipresenti promettono ai consumatori.

Le filiere di provenienza di molti prodotti più commerciali (gli unici in vendita nei grandi magazzini) segnalano che essi hanno viaggiato per migliaia di chilometri o che provengono spesso  da un lavoro nero o para-schiavistico (le arance sottocosto ne sono un classico esempio).

Infine, per sua stessa natura la grande distribuzione rende indispensabili enormi spazi destinati a parcheggio il che, se è già problematico per il consumo di suolo fertile fuori dalle città, è insostenibile all’interno del tessuto urbano.

Per tutti questi motivi riteniamo che qualunque incremento di superfici di vendita alla grande distribuzione commerciale sia assurdo e fortemente dannoso, sul medio termine, per la città di Torino e ci stupiamo che gli amministratori di questa città non se ne rendano neppure conto.

È ora davvero di pensare al futuro strategico di Torino e i grandi magazzini non ne devono fare parte.

Invitiamo ad entrare in contatto con noi tutti gli interessati a difendere Torino dai centri commerciali per elaborare prospettive di sviluppo alternative!

Anche noi cercheremo di mettere in piedi maggiori attività di protesta e proposta; vi terremo aggiornati.

Gennaio 2014

Circolo torinese Movimento Decrescita Felice – Gruppo “politica”

Di seguito il link dell’intervista all’assessore Lo Russo:

http://torino.repubblica.it/cronaca/2014/01/05/news/il_commercio_una_leva_per_trasformare_torino-75201652/

C’è un interessante studio a riguardo dei posti di lavoro che andrebbero persi per l’insediamento di un nuovo Ikea vicino a Milano: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/11/11/lombardia-nuovo-spazio-ikea-74mila-metri-quadrati-fara-perdere-lavoro/773471/